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Spot

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di Enrico Petris

Poiché sono stato anche derridiano, e continuo a provare una ammirazione sconfinata per quello che, con una certa ironia, si potrebbe definire un filosofo del linguaggio, o dei giochi linguistici, delle etimologie che sconfinano nell'anagramma, penso che i libri non si dovrebbero presentare ma assentare. Devo essere onesto, ho sempre pensato che presentare, che è già una declinazione della metafisica della presenza, un proprio libro ci costringa più o meno consapevolmente ad essere emuli di Giovanni Rana. Il noto imprenditore della pasta fu il primo nel 1992 a pubblicizzare un prodotto proprio in prima persona e non con uno spot con attori. Un libro, ribadisco, si dovrebbe semplicemente assentare. Se dovessi pertanto essere rigoroso e calvinista e seguire le mie convinzioni fino in fondo, non dovrei presentare. Ma poiché la società dello spettacolo culturale ha le sue regole del gioco, e visto che ho sempre cercato di puntare al rigore e alla precisione ma spesso non ci sono riuscito, ho ceduto alla prima insistenza di cui sono stato oggetto dopo un mio diniego, che riconosco ora sciagurato.

Sono di formazione filosofica ed ho scritto un libro prevalentemente di storia. E questo è già un problema perché capisco di aver bussato ad un ufficio che ha regole che io non conosco per formazione e che ho solo intravisto, e cercato di imitare a buon mercato, dalle pagine degli storici professionisti. So che storceranno legittimamente il naso perché è del tutto evidente che il mio è un lavoro da dilettante. Ho tentato di fare come al tennis, ho cercato di strappare il servizio all'avversario. Ma lo ho fatto solo perché mi sembrava che ci fosse una casella vuota da riempire e prima non era mai stato fatto. Sono partito dall'interesse e dal fascino per il tema del terrorismo italiano. Diversamente da altrove, in Italia il 1968 dura molto a lungo, arriva con una coda violenta fino al 1977. Quell'anno io frequentavo la quarta di questo liceo e sul muro dello Zanon che affaccia sul cortile interno, quello che poi porta all'orto botanico jazz, c'era la seguente scritta, vergata frettolosamente con vernice spray di un rosso sbiadito: Non è il '68 è il '77 e non ci mettete le manette. In verità il Settantasette portò in carcere molte più persone che il Sessantotto, fu molto più violento, ma anche più scherzoso, più ironico, lo slogan sul muro dello Zanon sembra una filastrocca con una rima solo per l'orecchio e una spettacolare ripetizione del morfema consonante ette (settantas- ette, m-ette-te, man-ette) e addirittura quattro ett (s-ett-antas- ett-e, m-ett-ete, man-ett-e). Insomma, un capolavoro poetico, direi spontaneo più che costruito e pensato. Il settantasette è l'anno dello spontaneismo, purtroppo però spesso era spontaneismo armato. E l'anno dopo il caso Moro. Forse uno dei due omicidi politici più importanti nel Novecento italiano, l'altro è quello di Matteotti. Il Partito Comunista italiano non fu mai colpito da un omicidio politico al vertice. Certo ci fu la tragedia di Gramsci in carcere e l'attentato a Togliatti, ma nulla di paragonabile. Dopo il delitto Matteotti, il fascismo ebbe il suo più lungo periodo di crisi prima del 1943. Dopo Moro, le proteste e la lunga contestazione italiana finirono da una parte nella repressione delle forze dell'ordine e dall'altra in quella dell'industria dello spettacolo che inventò il riflusso. Se una lezione si deve trarre da quegli anni, io credo sia quella che la scelta del 'tutto e subito' è stata fallimentare.

La contestazione giovanile, il femminismo, l'esplosione dei movimenti non devono far dimenticare che lo statuto dei lavoratori e il divorzio sono state conquiste democratiche della sinistra politica parlamentare e non di quella extra-parlamentare, anche se i gruppi alternativi e radicali hanno contribuito alla crescita sociale e culturale con la loro spinta critica. Tutte quelle conquiste non potevano non scatenare il desiderio di bloccare l'espansione culturale egemone della sinistra.

L'operazione di intelligence è stata portata avanti in due tranches. La prima nel periodo 1969-1974, la seconda tra il 1977 ed il 1982. La prima coincide con la strategia della tensione, la seconda va dall'anno caldo al sequestro Dozier. Prima i neri e poi i rossi aveva detto Miceli. E così è stato. Non tenderei ad attribuire la frase a preveggenza, il direttore sapeva quello che diceva, i servizi sanno sempre prima e sanno tutto. Studiare la storia del terrorismo rosso e nero, o rossonero, nel senso di rosso o nero, rosso o indifferentemente nero, coniugandola con quella dei servizi segreti è ormai una moda di nicchia, cioè di quelle da seguire.

Rosso e nero in questo libro, in questa regione, significano anche e soprattutto Pasolini e Vinciguerra. Il primo perché è stato l'intellettuale del Novecento italiano con la vista più lunga, quasi da storico, il secondo perché da quando è in carcere ha fornito contributi determinanti alla comprensione dei meccanismi di funzionamento di questo paese. Friulani-non friulani, i due hanno a mio parere dato un contributo rilevante anche a livello nazionale. Sappiamo qualcosa di più sul terrorismo italiano, almeno su quello nero, grazie soprattutto a Vinciguerra e alle sue ammissioni. Chi lo legge capisce che non dice tutto, ma quello che ha detto è stato sempre confermato sia in sede storica sia in sede giudiziaria. Tra le cose che dice più spesso e volentieri c'è la rilevazione del legame di molte vicende della storia d'Italia con gli apparati di sorveglianza, informazione e sicurezza. Quel legame, che gli storici, da Giannuli a Pacini, confermano, era stato già visto anche da Pasolini ed è contenuto fra le pieghe di Petrolio, oltre che negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane.

Questo libro contiene due sole vere novità. La prima è la storia del terrorismo politico in Friuli Venezia Giulia, la seconda è la lettura di Petrolio come una spy story.

 

Lo spot è un piccolo film che, come tutti gli spettacoli, in coda richiede i credits. I miei ringraziamenti vanno a

Costanza Travaglini per avermi invitato ai suoi Incontri con l'autore,

Stefano Stefanel (sui dirigenti mi comporterei come suggeriva Wittgenstein7),

Andrea Francescut per aver accettato di 'recitare' in questo spot

Pier Luigi D'Eredità, che ha scritto la prefazione del libro e che capisce le cose sempre prima di me, ed infine il liceo Marinelli, l'unico soggetto di questo spot, e per il quale non c'è migliore spot di quello di rimandare alle classifiche della Fondazione Agnelli. (ep)